Cosa c’è nel profondo di noi stessi? Chi siamo davvero quando rimaniamo in silenzio, in ascolto del respiro? Cosa resta?

 

Spesso non lo sappiamo, e per non sentire questa paura, ci rinchiudiamo in preconcetti, ci diamo etichette, ci diciamo che siamo i manager, i depressi, i paurosi, i timidi, le mogli, i mariti, i single, i figli, gli avventurosi, gli aniosi e via dicendo.

 

Ma queste sono solo etichette che ci precludono di vedere la nostra vera natura, il nostro semplice essere nel respiro, qui e ora.

“I pensieri sono come dei piccoli nulla che in realtà ci fanno impazzire.” Jon Kabat-Zinn

 

A volte i pensieri sono grandi intuizioni e noi dovremmo imparare a “diventare amici della nostra capacità di pensare, senza farci imprigionare”, come disse sempre Kabat-Zinn.

 

Troppo spesso non ci fidiamo e abbiamo paura di quello che proviamo e pensiamo e ci chiediamo continuamente se sia bene o male, se dovremmo dare retta a un certo pensiero oppure no.

 

È facile cadere nella trappola di questo “gioco” della nostra mente, accorgersi del meccanismo e dei pensieri intrusivi, è già il primo passo verso la liberazione.

 

VIENI COME SEI

 

Il nostro continuo giudicare e giudicarci nasconde paura, rabbia.

Molti dei nostri problemi si dissolvono proprio nel momento in cui prendiamo confidenza e impariamo a osservare la nostra mente.

 

Quando pensiamo, crediamo che qualunque cosa noi pensiamo sia reale ma non è così.

Anche la stessa depressione, nella mindfulness, è definita proprio come “una patologia del pensiero”.

I pensieri non sono fatti, sono come bolle che dall’acqua salgono in superficie e che poi esplodono da sé. Dobbiamo solo avere la pazienza di aspettare che se ne vadano.

 

Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha addirittura paragonato la coscienza proprio a delle bolle che affiorano nel panorama della mente.

 

“La coscienza non è il prodotto di una rete specializzata che consente a tutti i nostri eventi mentali di acquisire una qualità cosciente. No, ciascun evento mentale è gestito da moduli cerebrali dotati in partenza della capacità di renderci coscienti del risultato della loro elaborazione. I contenuti prodotti dai vari moduli salgono in superficie come bolle che affiorano al pelo dell’acqua di una pentola sul fuoco. Bolla dopo bolla, il risultato dell’elaborazione di ciascun modulo o gruppo di moduli viene a galla e scoppia per un istante, solo per venire sostituito da altre bolle in un incessante movimento dinamico. Quelle singole tornate di elaborazione vengono alla ribalta una dopo l’altra, in una successione ininterrotta garantita dal loro svolgersi nel tempo”.

 

La coscienza potrebbe essere un’illusione, un susseguirsi di ‘bolle’ cognitive legate a bolle subcorticali di tipo “emotivo” che il nostro cervello raccorda nella continuità del tempo.

 

Ne parlai bene qui sulla rivista culturale Pangea.

 

“L’idea che la coscienza emani da più fonti indipendenti è controintuitiva, ma sembra che il cervello funzioni proprio così. Una volta assimilato questo concetto, la sfida consiste nel capire come i principi in base ai quali è strutturato il cervello consentano alla coscienza di emergere nella forma che conosciamo. Questo è il compito delle neuroscienze di domani”.

 

Capiamo bene, quindi, che fidarci di noi stessi non è così facile e semplice, soprattutto se veniamo a conoscenza di teorie simili.

 

ANDARE OLTRE

 

Proviamo però a non avere paura, ad andare oltre, a indagare comunque il mistero della nostra mente, per conoscerla e fare amicizia con lei, qualunque cosa contenga.

Le domande che ci poniamo hanno risposte dentro di noi, nel cuore o nella mente.

È già tutto lì, ed è giusto così com’è. Vieni come sei.

 

La maggior parte di quello che ci raccontiamo è finzione, è una narrazione che facciamo a noi stessi e la prendiamo sul personale, ci identifichiamo con i pensieri perché crediamo che tutto quello che ci passa per la testa sia vero perché “nostro”.

 

A volte dovremmo perseguire il sentiero della minor resistenza, quello che ci porta a scegliere sentendo dal profondo e non con la ragione.

 

È nella calma e non nel subbuglio di pensieri ed emozioni che ci sono le risposte che tanto cerchiamo, che possiamo capire cosa vogliamo e chi siamo.

Questa può essere la via della guarigione anche quando non c’è una vera e propria cura a certi problemi o malattie.

 

Il segreto è venire a patti con le cose così come sono, senza piangersi addosso, senza dire “è successo proprio a me”, senza per forza portarci addosso il carico della sofferenza, come dice sempre Kabat-Zinn

 

“Si può instaurare una relazione saggia anche con la patologia. La consapevolezza è senza soluzione di continuità. Non ha confini. Non c’è un momento in cui inizia e uno in cui finisce.”

 

Come cantava Kurt Cobain, “Come as you are”, Vieni come sei”!

Proviamo a capire chi siamo, anche se è un’impresa che durerà tutta la vita.

Proviamo a vivere nel mondo con autenticità, proprio così come siamo, guardandoci dentro senza paura, senza vergogna, con orgoglio.

 

 

Foto e articolo di Dejanira Bada

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