C’è una cosa che per me è cambiata da quando è iniziata questa pandemia, sto molto più sui social. Non so se è successo anche a voi, ma da marzo 2020 ho iniziato a usare soprattutto Facebook in modo compulsivo come non avevo mai fatto prima.

 

Non sono mai stata una persona che pubblica molte cose, uso i social prevalentemente per lavoro, non metto molte foto della mia vita privata, ma da marzo qualcosa è diverso.

 

Ricordo bene la sensazione di rabbia e paura quando fu dichiarato il primo lockdown. Quando in Lombardia ci dissero che non potevamo uscire dalla Regione; a Milano non ci chiudemmo subito in casa, si poteva andare al parco, vedersi con un amico.

 

Quando fu comunicato che eravamo diventati zona rossa, d’improvviso nessuno uscì più da casa. Si andava solo a fare la spesa, si passeggiava con il cane (per fortuna mia). Le strade erano deserte, sembrava di stare in un film post apocalittico. Era surreale.

 

Non ero spaventata dal virus in sé, ero più spaventata dall’idea di non riavere mai più la mia libertà. Iniziai a pensare che stava accadendo qualcosa di strano, una cosa mai successa prima e talmente assurda che addirittura qualche idea di “complottismo” sembrava plausibile.

 

Non ho vissuto a Berlino durante la costruzione del Muro ma credo che i cittadini tedeschi debbano aver provato qualcosa del genere: una mattina ti svegli e non hai più la libertà, un muro divide te da quella che fino a ieri era una sola città, e magari dall’altra parte c’è la tua famiglia, il tuo fidanzato, l’amico più caro.

 

Credo di essermi sentita così. D’improvviso, una mattina, non potevo più uscire da casa, ero bloccata, non potevo vedere i miei amici, la mia famiglia, e la cosa inquietante, quella che mi ha portato a stare molto più tempo sui social per cercare di comunicare, capire, informarmi, era che non si sapeva quanto sarebbe durata quella situazione.

 

Iniziai ad avere paura, sì, ed ero anche molto arrabbiata, e i social si rivelarono una splendida e utile valvola di sfogo che non avevo mai usato prima in questo modo. Non mi ero mai esposta perché non mi interessava far sapere a persone che nemmeno conoscevo come la pensassi su certi agomenti.

 

A un certo punto diventai quasi la paladina della libertà. Iniziai a scrivere articoli contro la gestione di questa pandemia. Me la prendevo con quel povero Giuseppe Conte che alla fine ci metteva la faccia, ma non è che decidesse poi nulla. Eravamo in balìa di scienziati che non sapevano bene nemmeno loro cosa stesse succedendo.

 

Il pessimismo mi portò a credere che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre, che avremmo vissuto così per anni, poi mi ricordai quello che insegna anche la meditazione: tutto passa, è transitorio, nulla dura per sempre.

 

A maggio fummo liberati, tutto sembrava finito, e non mi sarei mai aspettata di tornare in zona rossa già a ottobre. Le cose però erano diverse. A Milano la “zona rossa” non fu più come quella di marzo. Gli uffici erano aperti, e così molti negozi; c’era sempre gente in giro, c’erano pochissimi controlli. Ogni tanto me lo dovevo proprio ricordare che eravamo in zona rossa.

 

 

Continua a leggere su Il Giornale Off, dalla rubrica di Dejanira Interna-Mente

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