La mindfulness non è psicoterapia

 

In Italia c’è un fenomeno che si sta diffondendo sempre di più, ed è quello della mindfulness, una meditazione con un approccio laico e con basi scientifiche.

 

Questa pratica arriva dall’America, e suo padre è il biologo Jon Kabat-Zinn, che nel 1979 la introdusse in ambiti ospedalieri per aiutare le persone che soffrivano di dolore cronico o di malattie per le quali nessuno riusciva a trovare una soluzione.

 

Da qui è nato il Protocollo MBSR per la riduzione dello stress: otto incontri della durata di due ore circa, più una giornata intensiva, un follow-up e delle pratiche di meditazione di vario tipo da fare a casa per circa 45 minuti al giorno.

 

LA MINDFULNESS

 

Quando sono stati fatti degli studi scientifici sull’efficacia del Protocollo basato sulla mindfulness, si è scoperto che pratiche come la meditazione sul respiro, lo yoga, il body scan, la meditazione camminata, erano molto utili per i pazienti, e la mindfulness, con il suo Protocollo MBSR, ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nei centri di meditazione e di yoga, laici e non laici, e, soprattutto, hanno iniziato a occuparsi di mindfulness anche gli psicologi, perché quando parliamo di mindfulness parliamo di meditazione e quindi di mente.

 

Tempo fa, però, una ragazza mi ha scritto che qui in Italia sembra esserci una specie di “lobby” degli psicologi che cerca di far passare la mindfulness come una pratica che possono insegnare solo loro. La ragazza ha anche aggiunto che si sta creando una situazione del genere solo in Italia, non certo all’estero e in Inghilterra -dove lei si era formata.

 

LA MINDFULNESS NON È PSICOTERAPIA

 

La mindfulness è meditazione, e gli psicologi hanno capito che può essere utile per i propri pazienti, ma non è psicoterapia e bisogna chiarirlo a tutti.

 

Se si vuole far credere che la mindfulness è una “tecnica” che riguarda solo l’ambito psicologico, e che possono trattare solo i terapeuti, si rischiano dei danni.

 

Prima di tutto la persona che si rivolge a uno psicologo perché intenzionata a meditare, potrebbe sentirsi proporre di cominciare una terapia, quando magari non ne ha la minima intenzione e non ne ha neanche bisogno.

 

Molte persone hanno ancora timore di andare dallo psicologo e altri non vogliono averci nulla a che fare, e se inizia a girare la voce che la mindfulness è “roba da psicologi”, molti non si avvicineranno alla meditazione di tipo mindfulness proprio a causa di questo malinteso.

 

Chi si rivolge invece a un istruttore mindfulness rischia di pensare che frequentando un Protocollo MBSR possa evitare di iniziare un percorso di psicoterapia, quando le due cose non hanno nulla in comune

 

Insomma, bisogna tenere le due cose separate. Gli psicologi possono insegnare mindfulness e condurre protocolli ma non devono far credere che sia una loro esclusiva.

 

E gli istruttori mindfulness, che non sono psicologi, devono essere onesti e non provare a sostituirsi ai terapeuti e, se dovessero esserci i presupposti, consigliare ai propri allievi di andare da uno specialista.

 

Quando meditiamo ci sediamo a osservare la mente, ma non analizziamo, non riflettiamo, non cerchiamo il perché di certi nostri pensieri, emozioni e sensazioni.

 

Non andiamo a indagare il passato, il rapporto con i nostri genitori o chissà cos’altro, anzi, la mindfulness è proprio l’opposto della psicoterapia, perché meditando impariamo a lasciare da parte il pensiero discorsivo, il commento, il giudizio continuo su tutti e su noi stessi, per aprirci all’intuizione, all’ascolto nella calma e nel silenzio.

 

Cerchiamo di essere sempre molto chiari con gli allievi e con i pazienti.

 

Se vogliamo insegnare a meditare dobbiamo essere prima di tutto onesti con noi stessi e con gli altri, e soprattutto essere dei meditanti, non solo degli psicologi, dei counselor o dei life coach.

 

 

 

Articolo tratto dalla rubrica di Dejanira “Interna-Mente” su Il Giornale OFF

 

Psicologia e mindfulness: ci sono differenze?

 

 

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