Oggi esistono tantissimi tipi di yoga, ma anche nell’antichità non è mai stato soltanto uno.

 

C’era quello di Patañjali, quello degli shivaiti kashmiri, lo Hatha yoga, più recentemente lo Ashtanga, e poi il Vinyāsa, fino ad arrivare alle odierne declinazioni con le capre o con la birra, spesso delle vere e proprie provocazioni se non delle forme di marketing.

 

Quando mi sono avvicinata alla mindfulness ho scoperto che il Protocollo MBSR per la riduzione dello stress -ideato dal biologo statunitense Jon Kabat-Zinn- comprendeva lo yoga, oltre ad altri tipi di meditazione che hanno preso spunto dal buddhismo Theravāda e da quello Zen.

 

Infatti, nel Protocollo troviamo anche la meditazione choiceless, quella camminata, il body scan e tante altre.

 

La mindfulness è una versione laica della meditazione, che ha lasciato da parte gli elementi religiosi e spirituali inerenti a quella orientale proprio per permettere a tutti di avvicinarsi a queste pratiche.

 

CONSAPEVOLEZZA

 

Mindfulness si traduce con la parola consapevolezza, e come nella maggior parte delle pratiche meditative s’inizia con l’attenzione sostenuta al respiro o su un altro oggetto di meditazione, per poi proseguire con la consapevolezza del corpo, delle proprie emozioni, dei propri processi cognitivi, per imparare a riconoscerli, a gestirli e a stare con quello che c’è qui e ora, in questo esatto momento presente, senza giudizi.

 

Kabat-Zinn era un praticante di yoga e di meditazione vipassanā e per il suo Protocollo ha deciso di unire gli āsana dello Hatha yoga e la mindfulness dandogli il nome di Mindful Yoga.

 

Questo nome mi ha portato a fare una riflessione. La maggior parte di noi occidentali pratica yoga per ridurre lo stress, per rilassarsi, per imparare a gestire l’ansia, i pensieri, per fare un po’ di ginnastica dolce, per frequentare un corso con un’amica, per allungare i muscoli e sciogliere le articolazioni, per trovare un po’ di pace dalle proprie vite frenetiche, non certo per ricongiungersi con l’Assoluto o per interrompere il ciclo delle reincarnazioni o per raggiungere l’illuminazione.

 

Si pratica per provare a vivere al meglio questa vita, non per evitare quelle future (per chi ci crede). E questo è l’esatto opposto dell’insegnamento che ci arriva dall’Oriente, che ambisce a farci comprendere che questa vita non soltanto è un’illusione, ma è nient’altro che sofferenza, fardello della cui ripetizione bisogna liberarsi il più presto possibile e con ogni mezzo, che sia lo yoga, la meditazione o la cremazione a Varanasi.

 

Non è dunque che la maggior parte delle persone qui pratica inconsapevolmente Mindful yoga?

 

A OGNUNO IL SUO

 

Anni fa in America si era cominciato a chiamarlo Modern Yoga, proprio per distinguerlo dallo yoga del passato come mezzo per comprendere la verità ultima, senza comunque dimenticare o negare che qui in Italia, in Oriente e nel mondo, ci sono molti insegnanti e allievi che praticano uno yoga “ortodosso”, con fini spirituali.

 

C’è un’infinità di stili di yoga, basti pensare a quelli dinamici e non dinamici. A ognuno il suo, l’importante è rispettare e non giudicare mai l’altro.

 

L’unica cosa che conta è trovare un modo sano per prendersi cura di se stessi, provando a essere gentili con il proprio corpo e la propria mente; e più saremo gentili con noi, più riusciremo a esserlo anche con gli altri.

 

Abbiamo quest’unica vita, facciamo del nostro meglio per assaporarla fino all’ultimo istante, con la pratica che crediamo più adatta. Nessuno ci conosce meglio di noi stessi.

 

Di; Dejanira Bada

 

 

Articolo tratto da Yoga Magazine

 

https://www.yoga-magazine.it/2020/11/mindful-yoga-lo-yoga-della-consapevolezza/

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