Di: Dejanira Bada

 

Cosa ci rende felici? È ancora possibile la felicità?

 

Sono domande che ci siamo posti, continuiamo e continueremo a porci, domande cui ha provato a rispondere anche il premio Nobel Bertrand Russell con il suo La conquista della felicità, un saggio del 1930 che sembra un manuale di autoaiuto, di quelli che di solito vendono milioni di copie. Si tratta di un testo divulgativo accessibile a tutti, che usa un linguaggio semplice e chiaro, e che proprio per questo arriva dritto al cuore e alla mente del lettore.

 

L’intento di Russell, come scrive lui stesso, è quello di suggerire un rimedio contro quel quotidiano, comune scontento del quale soffre la maggior parte della gente nei paesi civili e che è tanto più insopportabile in quanto, non avendo alcuna causa esterna evidente, sembra inevitabile.

 

Russell attribuisce la colpa di tutto questo a un modo errato di considerare il mondo, a un’etica sbagliata, ad abitudini sbagliate. Non si nasce felici, e non è detto che le cose durante l’infanzia vadano sempre bene, ma la felicità si può conquistare, con l’impegno e la tenacia, ma bisogna prima di tutto desiderarla. Non si sceglie deliberatamente di essere infelici, eppure, sembra che nella nostra epoca ancora troppo spesso ci si faccia vanto dell’essere insoddisfatto, del vedere solo le atrocità del mondo, dell’essere pessimista. Russell scrive: “Gli uomini che sono infelici, come gli uomini che dormono male, ne menano sempre vanto”.

 

E perché lo fanno? Perché spesso chi è circondato da un’aura da ‘bello e dannato’, da infelice cronico, da esistenzialista, sembra avere un fascino senza eguali e un’aura di superiorità, e questo perché, scrive Russell, coloro che attribuiscono i loro dolori al loro modo di concepire l’universo, mettono il carro davanti ai buoi; la verità è che sono infelici per qualche motivo del quale non hanno coscienza, e questa infelicità li induce a soffermarsi sulle caratteristiche meno piacevoli del mondo nel quale vivono.

 

L’uomo troppo introspettivo è malato, e rischia di fissarsi solo sul vuoto che ha dentro invece di rivolgersi all’esterno per cogliere il multiforme aspetto del mondo. Per Russell non c’è qualcosa di grande nell’infelicità dell’uomo introspettivo.

 

Ma quali sono, secondo Russell, i motivi della nostra infelicità?

 

La competizione

La noia e l’eccitamento

La fatica

L’invidia

Il senso di colpa

La mania di persecuzione

La paura dell’opinione pubblica

 

La competizione nel senso della ricerca spasmodica del successo, del puntare tutto sul lavoro, dimenticando il resto. Russell scrive che questo genere di persone non ha paura di non poter mangiare ma di non riuscire a farsi invidiare dai propri vicini; la noia è definita da Russell come il contrasto tra le circostanze presenti e qualche altra circostanza più gradevole che si impone irresistibilmente all’immaginazione; la fatica intesa come esaurimento nervoso, stress da lavoro e ruminazione mentale. E poi l’invidia, che non ci fa vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre; il senso di colpa, che spesso non ci permette di fare le scelte più giuste per il nostro bene e quello degli altri, e che si fa vivo particolarmente nei momenti in cui la volontà cosciente è indebolita dalla stanchezza, dalla malattia, dall’alcol, o qualunque altra causa; la convinzione che ci sia qualcuno o qualcosa che trama perennemente contro di noi e che ci fa dimenticare che gli altri in realtà dedicano meno tempo a pensare a noi di quanto non facciamo noi stessi; la paura del giudizio, di quello che le persone possono pensare di noi.

 

Come vincere tutti questi ostacoli alla nostra felicità?

 

Per Russell bisognerebbe ricercare una vita tranquilla, che sa ancora godere delle pause, dei ritmi lenti, una vita che non deve dimenticarsi di far parte della terra, e che si ricordi che come per la natura sono essenziali il riposo come il moto.

 

“Una certa capacità di sopportare la noia è quindi indispensabile per avere una vita felice, ed è una delle cose che si dovrebbe insegnare ai giovani”.

 

Da non confondere però con l’immaginario del ‘contadino felice’, perché Russell ci ricorda che nel volgersi all’agricoltura l’umanità decise di sottoporsi alla noia e alla monotonia, per diminuire il rischio di morire di fame. Quando gli uomini ricavavano il loro cibo dalla caccia, il lavoro era un piacere, come si può vedere dal fatto che i ricchi si dedicano ancora a queste preoccupazioni ancestrali per divertimento.

 

Secondo Russell sono i sentimentali a parlare del contatto con la terra, perché il desiderio di qualsiasi ragazzo di campagna è andare a lavorare in città, libero dalla fatica dei campi, per vivere nell’atmosfera fidata e umana dello stabilimento e del cinematografo.

 

Un altro modo per cercare di ambire alla felicità? Cercare di capire che è inutile farsi travolgere dalle preoccupazioni nei momenti in cui nulla si può fare per cercare di risolverle. Russell scrive che ce le portiamo anche a letto e che continuiamo a rimuginare problemi senza darci tregua, ed è proprio questo ad annebbiare la nostra facoltà di giudizio, a guastare il nostro umore.

 

“L’uomo saggio medita sui suoi crucci soltanto quando è di qualche utilità farlo; in altri momenti pensa ad altre cose, o se è notte, a niente”.

 

Russell sa bene che non è facile farlo, soprattutto quando si vive una grande crisi, ma suggerisce di prendere una decisione importante dopo aver valutato tutti i dati concernenti alla questione, e poi di non tornarci più sopra – se non si viene a conoscenza di qualche fatto nuovo – perché nulla stanca quanto l’indecisione, e nulla è altrettanto sterile.

 

Oltretutto è più facile che arrivi un’intuizione, una soluzione, quando silenziamo la mente e smettiamo di arrovellarci con il pensiero discorsivo.

 

Inoltre, Russell ci ricorda che persino ai grandi dolori si può sopravvivere; preoccupazioni che sembra debbano mettere fine alla felicità per tutta la vita, col passare del tempo si attenuano, fino a che diventa quasi impossibile ricordarne l’intensità.

 

È bene rammentarci che ogni cosa è impermanente, sia i pensieri sia le grandi crisi della nostra vita.

 

L’obiettivo è quello di guardare in faccia anche la sofferenza, anche la possibilità peggiore, perché è la paura a generare l’ansia e di conseguenza la stanchezza, lo stress.

 

“Un uomo che ha imparato a non provare paura, trova diminuita di molto la fatica della vita quotidiana. Ora la paura, nelle sue forme più nocive, nasce quando vi è qualche pericolo che non vogliamo affrontare”.

 

Russell ci invita a non distogliere la mente dalle difficoltà con il divertimento, il lavoro o altro, ma a riflettere intensamente sulla nostra paura, fintanto che essa ci diventi familiare, perché sarà la stessa familiarità a scacciare il terrore. Ed è quello che insegna anche la parola tibetana Gom che vuol dire ‘familiarizzare’, e che viene usata per spiegare a cosa serve la meditazione, e cioè familiarizzare con i propri contenuti mentali.

 

A ogni cosa il suo giusto tempo, e per il resto cercare di mantenere la mente calma per quanto possibile, perché l’armonia giunge nel momento in cui si mette pace tra le proprie parti interiori, quando si usa il raziocinio e non si permette a convinzioni irrazionali di passare incontrastate o di imporsi alla ragione.

 

“Nulla è più nocivo non soltanto alla felicità, ma alla efficienza di una persona, di un dissidio interiore. Il tempo speso a far armonizzare tra di loro le diverse parti della propria personalità è tempo speso utilmente”.

 

“La felicità veramente soddisfacente si accompagna al pieno esercizio delle nostre facoltà e alla completa comprensione del mondo nel quale viviamo”.

 

Russell in questo libro è precursore dei tempi moderni o forse alla fine le cose non sono cambiate poi molto rispetto al secolo scorso. Gli ostacoli alla felicità di cui parla sono anche molto concreti e attuali, parla di quei giovani che non riescono a essere felici perché non trovano un impiego adeguato al loro talento; parla di un senso diffuso di smarrimento e insoddisfazione che sentiamo anche oggi; parla di sesso, famiglia, di genitori incapaci e confusi, di amore, e dice una cosa che fa molto riflettere: “Una concezione della vita che consente così poca felicità agli uomini da uccidere il loro desiderio di avere figli, fa sì che questi uomini siano biologicamente condannati. Non passerà molto tempo che uomini più lieti e più spensierati prenderanno il loro posto”.

 

Dice anche che solo gli uomini con doti eccezionali possono trovare soddisfazione nel proprio lavoro, per gli altri, l’unica vera gioia rimarranno i figli. E parla già di emancipazione femminile, dicendo che un figlio non deve essere una barriera insormontabile all’attività professionale della madre, anche perché là dove la società esige da una madre dei sacrifici irragionevoli in nome del figlio, la madre se non è eccezionalmente nobile e generosa, si aspetterà dal figlio una ricompensa superiore a quella che ha il diritto di aspettarsi. Una madre che si è sacrificata per il figlio, non potrà mai essere totalmente soddisfatta e felice. È importante che la donna abbia sempre la possibilità di dedicarsi ai suoi interessi e altre attività.

 

Russell è anche cinico e spietato in certi punti, come quando se la prende con i santi, gli asceti e i mistici devoti della dottrina della rassegnazione, per i quali, d’altronde, la vita è davvero nient’altro che illusione e sofferenza, un peso di cui liberarsi definitivamente per raggiungere l’Assoluto: “I paesi che credono nella rassegnazione e in ciò che erroneamente viene chiamato concetto «spirituale» della vita, sono paesi nei quali la mortalità infantile è molto elevata. La medicina, l’igiene, la disinfezione, una dieta adatta, sono cose che non si raggiungono se non ci si preoccupa della vita terrena; richiedono energia e intelligenza rivolte all’ambiente materiale. Coloro che pensano che la materia sia un’illusione, sono propensi a pensare lo stesso del sudiciume, e così pensando possono causare la morte dei loro figli”.

 

La felicità è ancora possibile?

 

Sì, se si superano gli ostacoli, se si prova un sincero e cordiale interesse per le persone e le cose, se si hanno numerose passioni, se ci prendiamo cura anche dei nostri affetti e non solo di noi stessi, se ci amiamo, amiamo l’altro e troviamo il coraggio di farci amare, se riscopriamo il valore della famiglia, se portiamo avanti i nostri propositi, se lavoriamo per portare a compimento una grande impresa costruttiva, se non ci lasciamo innervosire e se non ci stanchiamo troppo, se non ci sentiremo individui isolati ma membri di una grande comunità e non saremo meschini ed egoisti, se non ci lasceremo vincere dai turbamenti della mente, se manterremo una saggia linea di condotta morale ed etica, se sapremo apprezzare le gioie della vita, se non ci rassegneremo di fronte a un incidente o a una crisi, se faremo il meglio che si può, lasciando al destino il risultato.

 

La banalità del bene: il pane e un tetto, la salute, l’amore, un lavoro fortunato e il rispetto del proprio ambiente. Se queste cose mancano, solo l’uomo eccezionale può essere felice, ma dove esistono, forse solo uno squilibrio psicologico è la causa dell’infelicità.

 

Russell conclude il saggio con queste parole: “L’uomo felice è colui che non soffre di alcuna di queste mancanze di unità e la cui personalità non è né in contrasto con se stessa, né in contrasto con il mondo. Un uomo siffatto si sente cittadino dell’universo, gode liberamente dello spettacolo che offre e delle gioie che arreca, non turbato dal pensiero della morte, perché non si sente realmente separato da coloro che verranno dopo di lui. È in questa profonda unione istintiva con la corrente della vita che si trova la massima gioia”.

 

 

Articolo tratto da Pangea

http://www.pangea.news/russell-felicita-dejanira-bada/

Share article

Leave a comment